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mercoledì 19 marzo 2014

Una festa molto pa-pà-rticolare

Oggi come tutti saprete è la festa del papà. Il mio in questi giorni è impegnato in un tagliando ospedaliero che, spero, lo rimetta a nuovo e gli faccia fare ancora qualche migliaio di km. Perché ad una certa età, i genitori, diventano come le macchine o le moto da collezione. Avete presente i maggioloni anni '60, oppure le Guzzi tipo la v-70? Passano gli anni ma conservano intatta tutta la loro storia ma, di contro, perdono un po' di affidabilità.
 
Mio papà è così. Uno moto anni '60 che ha assaggiato le strade quando abs, manopole riscaldate, gps non erano nemmeno fantasia. Ora, dopo km e km, capita che si ingolfa un po' e bisogna andare dal meccanico. I pezzi, però, sono sempre più difficili da trovare.
 
Oggi, dicevo, è una festa del papà particolare per me. Particolare perché, per la prima volta, ho il duplice ruolo di figlio e anche di padre.
 
I miei genitori mi hanno sempre detto che da piccolo sono stato un bel rompicoglioni. Ho iniziato a dormire decentemente verso i tre anni. Prima erano solo microsonni di un quarto d'ora. Mamma e papà stavano diventando pazzi. Per non parlare del mangiare. Li ho fatti dannare fino a sei anni. Quando mi raccontano della mia infanzia, dicono sempre che, se fossi stato il primogenito sarei rimasto figlio unico. Grazie al cielo non è andata così. Ho anche una sorella.
 
Più tardi andrò a trovare mio padre e gli farò i miei auguri che poi, chissà perché, vorrei sempre dirgli milioni di cose che, però, mi si strozzano sempre in gola. E allora ci abbracciamo, restiamo per qualche secondo uno nelle braccia dell'altro, e poi ci scambiamo uno sguardo che vale mille parole. E' che io e mio padre siamo di poche parole. Sappiamo leggere e comprendere il significato dei gesti.
 
Poi tornerò a casa e prenderò in braccio mio figlio, quell'omino dal visino tartarugoso, e me lo terrò un po' in braccio, gli passerò le dita sul collo morbidino, sperando che mi sorrida. Anche lui come me, dorme poco di notte e fa microsonni. Sono tre mesi che la notte è un terno al lotto e quando la sveglia suona alle 6.40 mattina, fa più danni del Mjolnir. Mi trascino in bagno, mi lavo la faccia e bevo un caffè. Alle 7 sono già distrutto. Prima di uscire però vado a salutare mia moglie e il piccolo dittatore. Se sono fortunato è sveglio. Allora lo accarezzo sotto il collo e, forse, per farsi perdonare della notte in bianco, mi regala un ghé con un sorriso a piene gengive. I suoi sorrisi sono bellissimi, mia moglie dice che gli occhi si trasformano in piccole lune.
 
Quel sorriso per me vale tutto, forse di più. Ed è strano pensare che fino a qualche mese fa, non esisteva. Mi avvicino al suo viso, sfioriamo le punte dei nasi e la mia stanchezza si volatilizza.
 
Poi esco di casa e, mentre chiudo la porta, spero che mio figlio un giorno sarà orgoglioso di suo padre, almeno la metà di quanto io sono orgoglioso del mio.
 
 

sabato 2 marzo 2013

Se i cani potessero parlare...

Questa mattina, mi son svegliato e bella ciao, bella ciao... No, non è un post politico. Dopo essermi svegliato, con la mia dolce metà siamo andati a fare colazione al nostro baretto preferito in centro. Motoretta, strada, posteggio, passeggiatina verso i nostri cappucci e brioches e... STUPORE. Il nostro baretto normalmente semi-vuoto, è strapieno. Tavolini di signore attempate con cagnetti, taglia pantegana, rivestiti con cappottini ignobili. A costo di farmi antipatie lo dichiaro onestamente. Non amo gli animali, ma li rispetto e non farei loro male in nessun modo. Però, l'idea di averli in casa sul divano, sulle sedie, sul letto con peli ovunque mi schifa. Come mi schifa andare a casa di proprietari di gatti che ti invitano a cena e, mentre cucinano accarezzano gli animali. Andiamo oltre. 

Le signore in questione hanno passato tutto il tempo a parlare delle loro bestiole e ho scoperto, con grande stupore, che i loro cani hanno un guardaroba di cappottini di lana, imbottiti, impermeabili ecc... Da lì, non sapendo cosa fare, perché i clienti del bar stracolmo si sono fottuti tutti i giornali da leggere, ho iniziato a pensare ai cani. La prima riflessioni mi è sorta spontanea, quando una signora ha parlato della difficoltà che ha a mettere il cappottino al suo golden retriever. La povera bestiola quando fa freddo, diventa insofferente al cappottino, ma non sa che la padrona glielo mette per il suo bene. Avrei voluto dirglielo alla signora che è normale che un cane dotato di pelo, in Brianza (non al polo Nord) si innervosisce se gli si mette il cappottino, anche se verde acquamarina e comprato da Benettòn. Anche perché se il signore avesse voluto che il cane si coprisse, l'avrebbe fatto senza pelo e con il pollice opponibile. Non credo che un cane, se potesse scegliere liberamente, andrebbe a provarsi un cappottino. 

Dopo il cappottino di lana, anche l'assurdità della mantellina impermeabile. Che dico io, non saranno stati più utili quattro stivaletti di gomma? Oltre a questo mi sono venute in mente tutte quelle volte che, per strada, quei cagnetti-topo che rischi di schiacciare con un piede, abbaiano come forsennati a cani quattro volte più grandi. Ho elaborato una teoria. Sono arrivato alla conclusione che la maggior parte di quei cani grossi, prima facevano vita da bulli andando a rubare le crocchette a quelli più piccoli, che ora possono vendicarsi. Proprio questa mattina, dopo aver fatto colazione, un ciuaua si è messo ad abbaiare con quell'odioso falsetto ad un "sarcazzolarazza" di taglia media con un cappottino a quadrettoni. 

Io ho tradotto il cagnese e sono convinto che il toporagno con quel suo abbaiare fastidioso gliene stava dicendo di tutti i colori, cose del tipo: "Eccoti lì!! Facevi il bullo con me, vero? Ora guarda come ti sei ridotto... al guinzaglio e con un cappottino rosso a quadrettoni. Fai ridere!!! Sei ridicolo sembri vestito come il Carlton Banks, il cugino del principe di Bell Air. Hai gli stessi maglioni!! Dov'è la tua dignità? Non fai il bullo adesso, vero? Sei ridicolo, sei ridicolooo. Sei tutto chiacchere e cappottino!!!!" Mentre l'altro, rasentando il muro, vergognandosi come un ladro, non abbozza nemmeno un bau. Anzi, sembra che timidamente cerchi di allontanarsi tirando dolcemente il padrone. 

 Eh, già. Se i cani potessero parlare, credo proprio che vi chiederebbero se pensate alla loro reputazione, quando gli mettete quegli inguardabili cappottini.

sabato 2 febbraio 2013

Quando una partita a calcetto ti ricorda Arma Letale...

In un dei mille Arma Letale, Danny Glover recita così: I'm too old for this shit! Per chi mastica poco l'inglese, si traduce con "Sono troppo vecchio per queste stronzate!". Questa mattina, dalle 11.20 in poi, ho pensato a  questa battuta almeno una volta al minuto.

Qualche settimana fa, il caro amico Gegé, imbeccato da mia moglie, mi propone di andare a giocare a calcetto il sabato mattina. Io quarantenne appassionato di calcio, accetto al volo. Le garanzie per divertirsi ci sono tutte. Ovvero, secondo le indicazioni di Gegé, sono tutti medio scarsi, un po' fuori forma, insomma, una scapoli-ammogliati con lo scopo di divertirsi in campo e parlare di tette e culi negli spogliatoi.

Arrivo al campo con qualche minuto di ritardo, le strade non sono mai state il mio forte. Mi cambio. Parastinchi, calzettoni, maglietta termica della decathlon, maglietta del Genoa sopra, guanti e cappellino di lana rossoblu. Entro in campo, strette di mano per conoscere i nuovi amichetti, qualche minuto di riscaldamento e via. Si gioca.

Mi fanno giocare esterno destro basso. Non fa poi così freddo. I primi due palloni che tocco fanno salire i miei livelli di autostima. Mi faccio vedere dal player centrale, mi passa, di piattone destro lo servo in profondità. Triangolazione perfetta che lo mette davanti alla porta da solo, ma non va. Pazienza.

Seconda palla, sempre di prima, questa volta di interno sinistro, servo sempre il player centrale che non è preciso nell'aggancio e perde palla. Non importa, dopo tanti anni che non calco un campo di calcio, i piedi ci sono ancora.

Passano i minuti, circa 20, forse meno. Il cervello è sempre lucido; quando mi arriva la palla so benissimo cosa devo fare. Il problema è che pensiero e azione sono fuori sincrono. Devo stoppare di destro, ma la gamba mette in posizione il piede quando il pallone, ormai, è già passato. Il resto della partita sarà tutto così. Le gambe sembrano due graziosi paletti che si trovano a Leroy Merlin per farci arrampicare le rose; i polmoni bruciano, la saliva ha preso la consistenza dello stucco. Non ce la faccio più. Inizio a pensare chi cazzo me l'abbia fatto fare di alzarmi alle 9.30 di sabato mattina per andare a fare il bagno nell'acido lattico a più tre gradi. La vera Caporetto della partita arriva da lì a poco. Azione d'attacco, seguo il mio amico Gegé, mi allargo, porto via il difensore. Siamo in due davanti alla porta. Io ho un velo di foschia davanti agli occhi, forse un inizio di infarto. Gegé, preso da un moto di generosità, invece di insaccare in una porta semisguarnita, mi passa un pallone inaspettato. Quando capisco cosa ha fatto, lo mando immediatamente a fanculo sottovoce, ma ormai la palla mi ha già battuto sullo stinco sinistro andando a finire tranquillamente nei piedi del difensore avversario. In quel momento mi sento Egidio "lo sciagurato" Calloni. A quel punto, non avendo più fiato, né gambe, caviglie, polsi e orecchie, chiedo di andare in porta. Da lì in poi, vado vicinissimo al (auto)goal parecchie volte. 

Anche il discorso dell'amico Gegé su livello medio basso, è una stronzata. Sono tutti bravi, ma soprattutto hanno tutti almeno 60 minuti puliti nelle gambe. Io potrei garantirne al massimo 45, dei quali 30 sotto una doccia calda.

E' stata una prestazione indecorosa. Sarà l'età? Sarà che ero completamente fuori forma? Non lo so. Posso solo dire che mi sono divertito un sacco. Mi sono risentito ragazzino che andava all'oratorio a giocare nel campo sterrato per tutto il pomeriggio, senza stancarsi mai. Come diavolo facevo a correre per 4 ore in un campo a sette? Dove lo prendevo tutto quel fiato? Secondo me, ho corso talmente tanto a 14 anni che ho finito i bonus corsa.

Comunque, se gli amici del mio amico Gegé vogliono, anche se sono troppo vecchio per queste stronzate, io torno volentieri a fare brutte figure su un campo di calcetto.

martedì 28 agosto 2012

Così, all'improvviso. Le emozioni come schiaffi.

Se potessi esprimere un desiderio, 
vorrei essere un po' felice. 
Perchè se fossi troppo felice,
avrei nostalgia della tristezza.



Ci sono giornate splendide che ti alzi presto per fare una sorpresa di compleanno. Poi, in maniera inspiegabile, ti aggredisce la malinconia. E' un processo che ancora non ho compreso appieno, anzi, affatto. Ignoro completamente quale sia il passaggio dalla felicità alla malinconia. Sei lì, beato sul divano a guardare Magnum PI che scorrazza in Ferrari alle Hawaii e... niente... colpito.

Così, senza capire come e perché, ho iniziato ad arrotolare il video della mia vita. L'ho fatto senza volerlo, come costretto da qualche strano flusso di coscienza. Sono tornato a quando Magnum PI non era in replica, ai tempi di Starsky e Hutch, Baretta, Capitan Harlock e la splendida Wonderwoman. Mi sono trovato davanti all'armadio spalancato dei miei ricordi. Subito vedo il mio mangiadischi e il disco Atlas Ufo Robot. Sullo scaffale in basso il Monopoli. Ricordo ancora benissimo quando lo comprai, comprai... quando me lo regalarono. Ora la confezione è insieme con lo scotch, manca un dado e qualche pedina, però, la vita ha fatto aumentare le carte degli imprevisti e delle probabilità. E quelli cosa sono? NO!! Li avevo completamente dimenticati: I Quindici. Se hai meno di trent'anni probabilmente non sai nemmeno cosa sono. Affari tuoi. Io ero innamorato dei dorsi colorati e ricordo che, nei giorni di pioggia, consumavo Poesie e rime e Personaggi da conoscere. C'è una montagna di macchinine "majorette" e anche il panno del mio subbuteo, regalato dalla mia nonna. C'è ancora la squadra del Liverpool originale e quella del Genoa che avevo colorato con uno stuzzicadente. Qualche giocatore è seriamente infortunato, dopo aver subito contrasti pesantissimi con il mio nipotino Jacopo. Ci sono le porte, anche il compensato per stendere il campo. Con molta tristezza, però, non ho più amici per giocarci. Ricordo anche lo ZX spectrum del mio amico Nzermino. C'è anche il cucchiaio di legno con il quale ammaccai una pentola a mia nonna: era la sera dell'11 luglio 1982. In un angolino c'è anche un mazzo di carte da scala quaranta. Il mazzo del mio nonno Mario. La custodia in cartoncino e la vaschettina in plastica per riporre le carte. La vaschettina ha un buco: mio nonno, in una accesissima partita di rubamazzetto con il sottoscritto, la confuse con il portacenere. Ecco il perché del buco. Se non ricordo male fumava le MS. Qualche anno fa, rimettendo in ordine, questo ricordo mi saltò negli occhi prepotentemente, facendomi piangere come un bambino.

In questo armadio ci sono tutte le giornate trascorse al mare. Quelle giornate così intense che appena salivo in macchina per tornare a casa, crollavo morto di sonno. Mia madre bellissima, giovane e abbronzata che con delicatezza mi spalma di crema solare e dice di non allontanarmi da riva, ma io mi sento uno squalo e gli squali non annegano. E' impossibile. Mio padre, invece, più guascone mi chiama e mi lancia lontano nell'acqua, come fossi un corpo fatto d'aria. Nelle mani di mio padre mi sento protetto come fosse Superman, so che se anche mi gettasse in mezzo agli scogli, non potrei farmi male. E io - splash - galleggio in mille bolle e riemergo all'aria, con gli occhi pieni d'acquosa felicità. Mio padre e la sua cinepresa anni '70, con i filmini quasi tutti uguali, io e mia sorella che camminiamo verso di lui che riprende. Un padre fantastico, con tanti pregi, non poteva anche essere Martin Scorsese. C'è anche mia sorella, con i suoi codini, il suo costume blu con le stelle marine gialle, la sua risata contagiosa quando trova gli smeraldi, levigati dal mare. Mia nonna sulla sdraio, con la settimana enigmistica, sotto il suo cappello di paglia, controlla che tutto vada bene. A pranzo andrà in cabina, prenderà la focaccia e ci chiamerà per mangiare. Poi il gelato e la lunga ora di attesa per fare il bagno. La digestione: tortura estiva di ogni bambino. Guardo tutto questo, con i miei occhi di bambino di otto anni. Sarà sempre così, non c'è motivo che cambi nulla.

Se potessi avere solo un desiderio da esprimere, tornerei a quei giorni.

Invece no. Non si può, questa è l'unica regola crudele della vita. Ciò che è perso, lo è per sempre. La nonna non c'è più. Mia sorella non ha più i codini, ora li ha la mia nipotina. E' lei ora a guardarci, pensando che sarà sempre così. La mia mamma è sempre bella e, in estate, abbronzata, ma non è più giovane. Mio papà, è sempre il mio papà guascone, ma non ha più la forza di lanciarmi lontano. Ed io negli occhi non ho più quella acquosa felicità, ma un'acquosa tristezza di perdere i miei due genitori, che amo da morire ma troppo spesso mi dimentico di dirglielo.

domenica 26 agosto 2012

Post domenicale: la benzina è una bega(n) nazionale.

Questa mattina sveglia presto. Insomma... presto magari no, sveglia. Lavata di faccia, bermuda, maglietta, espadrillas e via a fare colazione con i genitori di lei e i miei. Giornata limpida di sole, leggermente più fresca dei giorni passati. Macchina a secco, per fortuna nei fine settimana la Eni ci viene incontro con gli sconti. Avvio l'app (utilissima e consigliata) Prezzi Benzina e, con grande sorpresa (si capisce la vena sarcastica?), mi accorgo che quasi tutti i benzinai indipendenti hanno prezzi migliori di Eni. Faccio scorrere sul display i prezzi e vedere la benzina quasi a 2 euro mi fa rabbrividire. La cosa più sensata e civile che dovrebbe fare un governo, secondo me, sarebbe finanziare una società per produrre una macchina ad energià alternativa. Non ho conoscente tecnico-meccaniche ma credo che abbiamo la conoscenza e la tecnologia per poter mandare la benzina in soffitta, o no? Se il governo italiano mettesse in produzione una macchina elettrica (o a qualsiasi carburante ecologico ed economico), io la comprerei senza pensarci (chiaramente la macchina non deve essere un catorcio). Tra le altre cose, c'è un'altra divertente app della Eni, che permette di comporre una frase da scrivere sulla t-shirt di Rocco Papaleo. Io ne ho inviate due ma mi sono state bocciate entrambe. La prima diceva "Ripartire è... trovare una alternativa alla benzina".

La macchina corre e i Depeche Mode Live sono a palla. Arriviamo al bar con giardino. I genitori sono già lì. Cappuccio, brioches, frutta, mousse al cioccolato, succhi di frutta e spremute. C'era proprio tutto. Anche i giornali per una rassegna stampa. Leggo che è morto Neil Armstrong. La vera notizia però è della Began che ha dichiarato di aver perso il bambino di Berlusconi. Tra me e me, commento che era meglio avesse perso quello di Bossi, perché tutto sommato Piersilvio riesco ancora a sopportarlo.

Leggo anche qualcosa a riguardo della crisi economica, dell'euro, della Grecia, dello Spread. Leggo le dichiarazioni a proposito della BCE, di Bersani, della Fornero e di Monti. Ci capisco poco, pochissimo ma ho la netta sensazione che se mettessi, come Primo Ministro Europeo, la mia compianta nonna Ninetta nel giro di 20 minuti sfanculerebbe la totalità dei Banchieri, delle lobby del petrolio e tutti gli avvoltoi che dalla crisi traggono profitto. Al primo che le parlasse di economia virtuale e/o apertura della borsa di Tokyo o Milano, assesterebbe un sonoro ceffone in dolby surrounds e invece di parlare di tassi d'interesse, spread, inflazione ammistrebbe tutto come ha sempre fatto con parsimonia e razionalità, facendo attenzione agli interessi di tutti. Sono convinto che nel giro di due mesi porrebbe rimedio a tutto 'sto casino.

Tornando a casa, la mia dolce metà mi fa notare che a Desio stanno costruendo un grattacielo stile Manhattan. In un paesino di casette bassine, quasi tutte villette bi-famigliari, si erge presuntuosa, questa struttura che ricorda tanto un obelisco egiziano o, usando un francesismo, un grosso dito puntato nel culo del cielo. Ci guardiamo e chiedendoci chi abbia pensato e poi permesso uno scempio simile.

E ai vostri occhi quali eresie architettoniche si palesano?

sabato 25 agosto 2012

Prime avvisaglie di crisi dei quarant'anni...

Fra qualche mese compirò i fatidici primi 40 anni. Con grande piacere posso dire di: avere ancora tutti i capelli se escludiamo un inizio di stempiatura; conservare una bella dentatura (i miei genitori avrebbero potuto comprarsi una casa a Malibù, con quello che hanno speso); infine, di aver ancora un fisichetto gnam gnam, nonostante io sia un Indivanados convinto e mangi qualsiasi cosa. Detto questo, aggiungerei che sono riuscito a conservare il fanciullino che ero, anche se ad un'analisi più approfondita, si potrebbe dire che non sono maturato affatto. Preferisco la prima versione.

La leggenda vuole che i primi quarant'anni portino anche la classica crisi. Quella che ti fa comprare la cabriolet, indossare pantaloni bianchi, improbabili camicie blu china aperte sul petto villoso e ti obbliga a fare il babbione con ragazze che hanno la metà dei tuoi anni. Ieri credo di aver avuto la prima avvisaglia di questa terribile malattia, anche se in maniera nettamente più leggera.

Con la motoretta e la mia dolce metà siamo andati a Milano a fare un giretto. Lei è rimbalzata in tutti i negozi di abiti del centro, in rigoroso ordine alfanumerico. Io mi sono infilato alla FNAC. La FNAC per me è il paese di Bengodi. Comprerei tutto. Ma andiamo con calma. La prima fermata è stata davanti ad un tv 50 pollici sul quale girava Purple Haze tratta dal DVD "West Coast Seattle Boy Jimy Hendrix: Voodo Child". Dopo 5 minuti non sapevo più se volevo comprare solo il cofanetto o anche il tv con un impianto audio che probabilmente non usano nemmeno gli U2 in concerto. Ripresomi dall'ipnosi è questione di pochi passi per finire alla seconda stazione della Via Crucis: Il Padrino - La Trilogia Edizione 40° Anniversario (4 Blu-ray).
Una cinquantina di euro. Soppeso il pacco. Succulento. Lo prendo? Non lo prendo? Ho già i DVD... però questo è in Blu-Ray. Lì vicino c'è anche la collezione di Clint Eastwood, più in là Star Wars. Eccheccazzo! Proseguo. Mi imbatto in tablet, ebook reader, casse wifi, Xbox con Kinetics e PS3. Vorrei comprare tutto.

La vera tentazione è la classica cosa che da sedicenne non vedi l'ora di lavorare per comprarla, poi a quarant'anni vorresti comprarla ma ti vergogni di buttare via 300 euro per una cosa del genere. In tutta onestà, quando al commesso ho chiesto informazioni, una parte di me sperava che costasse una sassata per non comprarlo, l'altra invece sperava fosse abbordabile. E' un po' imbarazzante. Fatemi spiegare, datemi la possibilità di fornirvi qualche scusa becera per giustificare la mia debolezza. Da sempre sono affascinato dalla tecnologia, mi piacciono i videogiochi e anche il modellismo. Di contro la tecnologia l'ho sempre vissuta in maniera pratica, non sono mai corso dietro alle novità. L'ultimo cellulare l'ho tenuto 4 anni e cambiato solo perché non funzionava più. Non ho mai avuto Play Station o simili. Non ho Ipad, Ipod o tablet vari. Insomma non ho un cazzo. Solo lo stereo per i cd. Ieri però, avrei fatto delle cose assurde per comprarmi quella cosa lì. Sarei andato ad un concerto di Valerio Scanu o Marco Carta, sarei andato a cena con la Amoroso e parlato di Frank Zappa per tutta la sera, e le avrei dato ragione se lei mi avesse risposto che è meglio Gigi D'Alessio. Insomma mi sarei umiliato per poter comprare l'Ar Drone Parrot 2.0, anche perché l'avrei usato per buttare schifezze nella piscina del mio vicino cafone e per disseminargli il giardino di polpette al Guttalax, per farglierlo scagazzare dai suoi cani. Però, non l'ho comprato e la tentazione di salire in moto e correre a prenderlo è tutt'ora molto forte. 

Alla fine qualcosa l'ho comprato, non potevo uscire a mani vuote. Le tentazioni erano così potenti che sarei stato sovraumano se ne fossi uscito indenne. C'era uno scaffale pieno di CD in offerta. Così per un totale di 9 euro mi sono portato a casa 101 dei Depeche Mode e Live in the city of light dei Simple Minds. Avresti dovuto vedermi ieri sera con la mia bella metà, saltare per la sala con Just Can't Get Enough a tuono.

lunedì 12 dicembre 2011

La resistenza della foglia

Questa mattina, andando al lavoro, mi sono regalato una pausa caffé in un bar sulla strada per iniziare giornata e settimana. Ho preso un tavolo vicino alla vetrata sul un viale bellissimo di alberi autunnali e ho sorseggiato il mio caffé sfogliando il giornale. E' stato un momento di grande pace. Fuori cadeva una pioggia leggera, tanto leggera che sembrava stesse galleggiando nell'aria e, ogni tanto, tirava qualche folata di vento decisa e nervosa. Tra un sorso di caffé ed una pagina di giornale, un particolare ha attirato la mia attenzione: una foglia l'ultima di un intero grosso ramo. Ero convinto fosse lì lì per cadere ed ogni secondo che passava sembrava il secondo prima della caduta. Senza accorgermi la mia attenzione si è concentrata su di lei. Non so dirvi di preciso che pianta fosse e non è nemmeno importante saperlo. La foglia, però, era di una forma piuttosto frastagliata e con un bellissimo colore che tendeva al rosso bruno. Un colore elegantissimo ma terribilmente malinconico. Bellissima ed elegante nella sua tristezza, la foglia mi ha estraniato dal mondo. L'ho osservata quasi disperato perché la sua evidente fragilità, da lì a poco, l'avrebbe fatta volare a terra, per finire sotto una macchina e schiantarsi sotto un pneumatico.Per quasi venti minuti sono stato con il fiato sospeso, quasi tentato di uscire per prenderla al volo e preservarla dallo smaciullamento. La pioggia, ogni tanto, la colpiva con un fremito veloce uno scatto, quasi fosse un tic nervoso. Nonostante tutto eccola sempre lì, attaccata al suo ramo. Ultima e sola, contro tutti e tutto. Poi il vento prova a strapparla via. Nulla da fare. Lei, orgogliosa ed elegante nel suo strenuo rimanere appesa, resiste. Avrei passato l'intera giornata a guardarla e, quando si fosse staccata, l'avrei presa con me. Conservata fra le pagine dell'agenda, usata come segnalibro. L'orologio, però, mi ha richiamato alla vita reale. Ho pagato il caffé e sono salito in macchina.

Appena mi sono accorto di lei ho pensato che, da lì all'attimo successivo, si sarebbe staccata per volare via. Lei, contro ogni previsione, ha resistito per un'infinità. Come quelle squadre di calcio sconosciute che decidono di passare alla storia battendo la prima della classe. Così me ne sono andato al lavoro, con un sorriso di ottimismo sulle labbra. Quella piccola foglia elegante e fragile, che ha resistito per tutto quel tempo contro pioggia e vento, ha dato grande prova di volontà. E se ce l'ha fatta lei chi sono io per non provare a resistere?

giovedì 24 novembre 2011

La tanto vituperata semplicità del genere maschile. (Parte 1... forse)

In queste ultime settimane, con amici e colleghi, si è parlato di uomini e del loro essere semplici. Per completezza di informazione, devo dire che a trattare l'argomento erano delle donne; gli uomini, in quanto semplici, non hanno bisogno di parlarne. Ho sentito così tante discussioni che mi è sorto il bisogno di scriverci questo post che, probabilmente, avrà un seguito.

Innanzittutto dobbiamo capire il nocciolo del discorso. Le donne sostengono (a ragione) che l'uomo vive con semplicità qualsiasi aspetto della vita. Il problema è che, seguendo il discorso delle suddette e ascoltandone le ragioni, questa semplicità è sinonimo di superficialità e grettezza d'animo. Su questo dissento e rilancio: il problema è la complessità della donna non la semplicità dell'uomo.

Ascoltando tutte queste discussioni, ho preso appunti sui temi più ricorrenti, che potrei riassumere così:
  • Lunedì: lei è arrabbiata perché lui non le ha detto che la ama.
  • Martedì: lei è arrabbiata perché lui non le ha detto che la ama e non si è accorto che lei è arrabbiata da lunedì.
  • Mercoledì: lei continua ad essere arrabbiata per i motivi accumulati lunedì e martedì ed ora si sta quasi convincendo che lui non la ama più, perché se l'amasse non sarebbero in quella situazione.
  • Giovedì: lui, prima di uscire di casa, le ha sussurrato "ti amo, sei bellissima". Lei è indispettita perché di prima mattina non è affatto bellissima e quel ti amo... perché? Cosa sta nascondendo?
  • Venerdì: lei è incazzata perché è ovvio che con quel bellissima di ieri voleva prenderla in giro.
  • Sabato: lei è incazzata perché lui non si è accorto che è incazzata dal giorno prima (anche se poi è arrabbiata da lunedì).
  • Domenica: in un momento di lucidità e calma lei decide di affrontare l'argomento con lui. Proprio alle 15.00, quando iniziano le partite...
Sapendo già di cimentarmi in un compito che fallirò, provo a portare le ragioni dell'uomo. Come già scritto e ribadito, l'uomo è una creatura semplice che ha conservato in sé tutti i tratti del bambino. E' difficile che un uomo dica "ti amo": alle parole preferisce la semplicità di un gesto. Tutte le volte che ricevete un bacio o, passeggiando, lui vi prende la mano intrecciando le sue dita con le vostre; quando al cinema in un momento particolare vi girate a cercare il suo sguardo mentre lui era già lì ad attendere il vostro, ecco in tutti quei momenti lui vi ha detto "ti amo" con un gesto.

Sfatiamo una volta per tutte questo mito e diciamo la verità: se un uomo vi dice "ti amo" una volta al giorno mente e/o ha un secondo fine.

"Ti amo" sono due parole semplici ma importantissime, sono come l'abito bello e si usano solo nelle occasioni importanti. L'uomo paradossalmente le userà nel momento meno opportuno. Vi dirà "ti amo" quando sarete stressate e incasinate e probabilmente poco apprezzerete l'intenzione; vi dirà che siete bellissime mentre voi vi sentirete brutte come delle scarpe vecchie. Insomma, vi dirà queste parole nei momenti più assurdi che poi, per una mente semplice, sono i momenti del bisogno, i momenti più adatti. Che bisogno c'è di dirvi che siete bellissime se siete consapevoli di esserlo? E' piaggeria e inutile lusinga o addirittura è mancanza di autostima ma in questo caso vi serve un psicologo, non certo un compagno di vita.

Un altro aspetto che sarebbe bello sottolineare è la reazione alle parole "ti amo" ma non lo farò. Lascio uno spazio di autoriflessione.

Una ulteriore lamentela riguarda l'indifferenza dell'uomo verso gli stati d'animo delle compagne barra mogli. L'uomo, per vostra stessa ammissione, è una creatura semplice e le creature semplici quando hanno un problema cercano di risolverlo o ne parlano con qualcuno. Le creature complesse, invece, quando sono nei guai fanno di tutto per nasconderlo ma, nel contempo, si incazzano perché il loro compagno non si è accorto di nulla. Sappiate che il vostro compagno non vi chiederà mai nulla e state pur certe che ha percepito il vostro umore. Il non chiedere è rispetto per il vostro spazio d'azione, per la vostra possibilità di misurarvi con i problemi, affrontarli e risolverli, dunque crescere. Lui è lì, silenzioso ma pronto ad agire qual'ora chiederete aiuto.

Per il momento concludo... vi auguro e dedico Una vita tranquilla.

lunedì 7 novembre 2011

Effetto distrazione

mi distrassi un attimo. fu così che nacqui. per colpa di una distrazione. i miei genitori, nonostante tutto, non mi hanno abbandonato mai. mio padre tedio e mia madre frenesia mi sono sempre stati vicini. presenze immancabili fino a quando non mi distrassi per la seconda volta. o forse si distrassero loro, non lo so. fu così che ci perdemmo di vista per non vederci più. la vita da quel giorno fu come un frustata di capelli neri in pieno volto in una giornata di forte vento. io ho sempre amato il vento, non c'è un motivo o forse c'è ed io non so spiegarlo. sono secoli ormai o forse giorni che non so più nulla dei miei genitori. però il mio corpo non dimentica di essere sangue del loro sangue. così a volte succede che dal nulla una novità mi investe come una tempesta e la frenesia mi aggredisce. devo allora mettere al centro di tutto la novità. il resto non conta più nulla. poi, piano piano, mi accorgo che la novità poi non era 'sta gran cosa, o forse la novità invecchiando perde il suo status di novità. ed è in queste situazioni che mi soccorre la parte di sangue paterno: quel tedio, che quando arriva, sembra eterno quanto era stimolante la frenesia della novità. è così che vivo, in questi sbalzi d'umore, di questa droga ematica. spesso gli sbalzi sono così violenti che cambiano la mia percezione del mondo esterno. io sono convinto che si alteri totalmente anche la realtà. i medici, però, dicono che non può essere. ma si contraddicono perché è evidente dal loro comportamento che, almeno io, ai loro occhi appaio mutato, totalmente diverso. e poi, anche se la realtà fosse uguale, che differenza farebbe? io la percepisco alterata e tutto il mio pensiero e il mio agire si adattano di conseguenza. ormai è da una eternità lisergica che sono qui. seduto, inerte. non ho più voglia di rialzarmi perché sono stanco di cadere. si sta bene anche qui, seduti. condivido il punto di vista dei cani, anche se li odio. li odio perché sono riusciti a rovinare una delle mie sensazioni migliori. amo la pioggia. amo gli odori dopo la pioggia. vengono come intensificati. la pioggia esalta l'odore della terra, dell'erba. a volte anche il vento svela il suo profumo se porta pioggia. i cani bagnati di pioggia puzzano in maniera vomitevole. sono qui seduto, in questa stanza bianca con le pareti morbide perché un giorno ho ucciso. sì, le ho squarciato la gola. non è stata cattiveria, bensì una distrazione. mi sono distratto un attimo, quell'attimo sufficiente per dimenticarmi che l'amavo alla follia... o forse l'amavo perché folle... non ricordo, ma sono inezie, dettagli inutili, come un petalo di fiore che cade. quanti di voi hanno mai dato importanza ad un petalo che cade? io mi sono distratto ed è successo quello che è successo. per questo sono qui. condannato senza appello. ma non è grave. da questa situazione che divora tutta la mia attenzione, io potrei andarmene quando voglio. dovrei solo distrarmi un secondo da questa realtà. riuscire a scartarla. come quei trequartisti dai piedi buoni che saltano i difensori rocciosi. quello è il trucco. devo solo trovare il modo di metterlo in atto. ci sono miliardi di libri, con miliardi di parole scritte che vogliono insegnarti tutto. io quei libri li ho sempre detestati. ogni volta che terminata una lettura mi convincevo di aver imparato qualcosa di assoluto, mi imponevo di dissuadermi. ho sempre preferito i libri che smembravano le mie certezze, insinuavano dubbi. perché alla fine, non serve avere strategie e dogmi esistenziali, la vita e la morte sono solo il prodotto di un attimo di distrazione.

venerdì 16 settembre 2011

Tra prontezza di spirito e maleducazione

Ieri pomeriggio, uscito dal lavoro sono andato in centro per due commissioni. Mentre camminavo in un atipico pomeriggio di settembre, con un termometro sopra i 30°C, mi sono imbattuto in un grandissimo esempio di prontezza di spirito. Prestazione da campionato del mondo. Un gruppetto di adolescemi, con il cappello con visiera alle 23, canotta bianca e jeans belli calati con mutanda in bella vista, incrocia due ragazze, più o meno della stessa età e, il più splendido del gruppetto, in totale assenza di vergogna per la sua conclamata stupidità, con tono sopra la media:
"Ehi tu, bella figa alzati la gonna e fammi vedere!", citando una canzone della Steve Rogers Band.
La ragazza non si scompone. Si ferma e con passo tranquillo gli si avvicina, rimanendo alla giusta distanza e con tono simile a quello dell'adolescemo, sorride e risponde:
"Io lo farei anche, il problema è che tu sei talmente imbecille che non capiresti cosa vedi".
La piazza per un attimo si è bloccata mentre dal bar vicino un gruppo di signore ha fatto partire una standing ovation, alla quale mi sono unito anche io.
Inutile dire che gli adolescemi, erano di un livello troppo basso per comprendere la risposta.
Dopo essermi fermato a bere qualcosa di fresco e non aver concluso nulla per le mie commissioni, sono ritornato alla moto per avviarmi verso casa. Sulla strada ho davanti una Audi 4 che fa un fumo puzzolente di bruciato. E' evidente che sotto quel cofano qualcosa non funziona. Al semaforo successivo, con qualche manovra in mezzo al traffico, riesco ad affiancare la macchina in questione. Convinto di fare una buona azione, faccio cenno al proprietario di abbassare il finestrino. 
"Che vuoi?" mi chiede.
"Volevo solo avvisarla che la sua macchina deve avere qualche problema, lascia una scia di bruciato".
Guarda nello specchietto, mi riguarda e per tutta risposta "Ma vaffanculo, fatti i cazzi tuoi".
Detto questo il semaforo va sul verde e lui schizza via.

Ci sono rimasto di merda per non essere riuscito a rispondere per le rime.

Comunque, nel caso tu stia leggendo mi auguro che la macchina si fonda in una serata di finale di CL con la tua squadra favorita. E tu, in autostrada sotto la pioggia, senza nemmeno il soccorso stradale disponibile, in quanto tutti impegnati per la finale di CL. Che tu possa passare la notte da solo e senza autoradio, con l'I-phone scarico, e la prima cosa che leggerai sul giornale il giorno dopo possa essere la sconfitta per 8-0 della tua merdosa squadra.

giovedì 16 giugno 2011

Un plauso alla mia amica Marina...

La mia amica Marina convive con Matteo ed hanno due bambini. Lei è una bravissima educatrice, di quelle che ci mettono anima ed entusiasmo e, come ogni educatore che si rispetti, vive più di gloria che di stipendio. E' una libera professionista... che detto così fa molto figo ma in realtà significa che ha una partita IVA, un contratto di lavoro con un cooperativa che non la tutela per quanto riguarda mutua e ferie. Marina durante l'anno segue casi molto impegnativi: ragazzini autistici, minori con gravi problemi familiari o adulti disabili. Verso maggio, con l'arrivo delle vacanze, va in crisi. Perché per lei vacanza è  una parola che ha una terribile assonanza con mancanza di stipendio. Inizia a saltare le pause pranzo per andare a fare colloqui per trovare lavoro a giugno e luglio... L'altro giorno ci siamo incontrati per caso poco fuori da un bar. Io avevo una giornata libera, lei invece era appena stata avvisata che il ragazzo che doveva accompagnare era a casa malato. Nei suoi occhi c'era un po' di sconforto visto che che la malattia di quel ragazzo significava una mattinata di lavoro perso.
Così abbiamo scambiato due chiacchiere davanti ad un caffé e mi ha raccontato un colloquio che bisognerebbe filmare e condividere su youtube. Qualche giorno prima era stata contattata da una sorta di cooperativa specializzata nei servizi ai disabili gravi. L'offerta di lavoro a breve, anzi brevissimo termine, consisteva nell'accompagnare una dozzina di disabili gravi in villeggiatura. Dopo un colloquio fittissimo di domande riguardo la sua formazione e le sue esperienze professionali, nel quale ogni treperdue si pontificava sulla qualità del servizio offerto e sull'eccellenza dei professionisti assunti (cosa che faceva sperare anche in uno stipendio decente), Marina sembra aver convinto la responsabile che continua a ribadire che il lavoro richiede una presenza praticamente di 24 ore su 24 dal 15 giugno al 15 luglio. Entusiasmo alle stelle: tanto lavoro, tanti soldi. Arrivati al dunque, dopo la tiritera sulla professionalità e sull'eccellenza del servizio ecco la proposta economica... una proposta da far cadere i coglioni per terra. L'evidenza che chi si occupa di disabili e deboli, è considerato meno di una merda secca in campo di frumento. 1100 euro lordi per un mese di lavoro che richiede grandi motivazioni e persone serie, affidabili e responsabili.
A questo punto Marina ha uno scatto d'orgoglio. Guarda negli occhi la direttrice e molto educatamente risponde: "Guardi, se mi avesse chiesto di venire a fare volontariato avrei accettato volentieri, però mi rifiuto di venire a lavorare a queste condizioni è un insulto alla mia professionalità".
A qualcuno sembrerà un inutile scatto d'orgoglio, perché tanto qualcuno che accetterà a quelle condizioni lo troveranno comunque. Per quanto mi riguarda un plauso alla mia amica Marina, perché credo che se tutti trovassero il coraggio di comportarsi in questo modo le cose andrebbero un po' meglio e il lavoro sarebbe un luogo di dignità e rispetto. Purtroppo, sempre più di frequente, i valori e i principi vengono sacrificati sull'altare delle necessità.

venerdì 1 aprile 2011

La malattia del ferro


Ricordo ancora il senso di libertà provato nel guardare fuori e vedere solo mare. Ogni volta uno spettacolo nuovo, con la luna che si spezzettava in mille scaglie di luce sulla tranquilla schiena di quella gigantesca pozza d'acqua. Ma anche quando il gigante era furioso lo spettacolo non mancava e sentirlo inveire, alzando onde gigantesche, era molto istruttivo. Tutti dovrebbero trovarsi in mezzo ad un mare incattivito, aiuta a ricordarsi che la fragilità umana ci rende piccoli e inutili di fronte alla potenza della natura.
Il grido dei gabbiani che si poggiavano sulle paratie a prua e la discreta compagnia dei delfini che, non ho mai capito perché, ti aiutavano a sentirti più leggero. In lontananza il sole esplodere di luci e colori, mentre lentamente sussurrava addio al giorno finito. E colpi di vento sul viso ad asciugare lacrime ancor prima che potessero manifestarsi e brividi di freddo che, troppo spesso, eravamo abituati a trasformare in sorrisi, per nascondere agli sconosciuti la malinconia di casa. E poi sguardi e occhi persi nella scia acquosa del mare e parole in mille lingue. Così tante lingue che, alla fine, non senti più la differenza tra una e l'altra e impari a espressioni. Quante esperienze, sensazioni e ricordi condivisi con le onde, che sbattevano all'esterno della cabina.
Inutile spiegare se non l'hai vissuto. Inutile dirti che tutto ciò lo porterai dentro per sempre e che spesso, quando le mura dei palazzi ti intrappolano, o la vista è bloccata dalle montagne, la malinconia ti esplode in bocca e improvvisamente la terra ferma, tutta quella stabilità e sicurezza, è molto peggio del ruggito del mare agitato che ti faceva mettere il materasso in terra o vomitare continuamente. 
Quella volta tornando da Alessandria furono 16 ore di mare terribile, stomaco in subbuglio e mal di testa. Tutti seduti nel corridoio del Deck B a tenerci compagnia. Un intero mondo: argentini brasiliani italiani filippini portoghesi uruguagi americani canadesi, a ridere insieme nonostante la nausea e un po' di timore. A raccontarsi vite che sembrano una più pazza dell'altra e la tua, che non avevi mai considerato normale, viene rivista con rinata coscienza. Poi capita di amarsi, più per colmare le distanze e sfumare la malinconia, che per reale sentimento. Poi si sbarca. Fine contratto. Ci si chiama per qualche settimana e la vita riprende il suo viaggio. Una vita di amicizie profondissime ma, il più delle volte, destinate a perdersi nella distanza delle miglia marine.
Negli occhi conservo lo splendore del Nord Africa il lunedì, e la magia Turca del giovedì. Ho addosso come cicatrici tutto quello che ho visto, tutto quello ancora da vedere. Rimbomba nelle orecchie la domanda più frequente - tu da dove vieni? - e come potevi non rispondere con un poetico - da molti posti diversi? Ricordo con forza vivida il momento prima di addormentarmi, quando guardavo la tua fotografia appesa vicino al letto, accompagnando un bacio con le mani.
Eccomi qui ora. Lontano da tutto quello che è passato, ma capita ancora nel sonno di sentire il frusciare dell'onda vicino al mio letto. Sono le notti che non riesco più ad addormentarmi ed allora fantastico su quale porto toccherò all'indomani. Mari del Nord o mar Nero? Non importa basta che ci sia vita, nuove magnificenze delle quali i miei occhi si possano nutrire, nuove parole di lingue improbabili e che mi sia possibile di impararne una di più.
E' per questo che spesso mi senti distratto, lontano e rispondo in maniera confusa. Sto tenendo le tue mani mentre passeggiamo per le vie del centro. Ti ascolto - oh, lo giuro che ti sto ascoltando - ma una parte della mia testa sta ricostruendo intorno a sé il centro di Malaga, una parte del Palazzo Topkapi e quel miliardodimiliardi di cose che non ho ancora mangiato con gli occhi.


venerdì 7 gennaio 2011

Se siamo diversi allora siamo uguali?

Succede di guardare in alto. Non c'è un momento particolare, capita e basta. Alzo gli occhi e guardo in alto. A volte il cielo è azzurro, altre grigio piombo con striature e ombre causate dalle nuvole. In quel momento mi sento piccolo, mi percepisco diverso da tutto quello che mi sta intorno. Come annegare in un liquido denso. Mi sento altro rispetto al mondo che mi circonda. Succede di fermarmi a guardare porticati, volte, facciate di chiese o i particolari di un monumento. E' strano ma mani come le mie, certo più sapienti e capaci, hanno costruito quelle cose. Poi guardandomi intorno mi accorgo che tanti occhi uguali ai miei sono insensibili a tanta bellezza. Se per molte cose sono orgoglioso di appartenere al genere umano, tante altre mi affliggono. Succede a tutti di sentirsi diversi. In alcuni casi migliore, in altri peggiore e in altri ancora semplicemente diverso, a sé stante. Poi la mia diversità si scontra nel suo viso, in quell'accenno di espressione celata che non riesce a nascondere la sua preoccupazione per me. E' sempre lei a riportarmi serenità, a farmi comprendere che io sono la mia diversità, e se fossi uguale a lei, lei non esisterebbe. A quel punto che senso avrebbe essere uguali o diversi? Soprattutto da chi? E' importante dunque la mia diversità che poi non è altro che essere me stesso. Io e lei siamo diversi ma proprio per questo identici, perchè apparteniamo a quel tutto che si chiama Noi. Qualcosa che si mantiene integro anche se in modo indicibile, irrazionale, assurdo all'interno di questo grande caos.

E voi? Avete qualcuno vicino ad esaltare la vostra diversità?

giovedì 30 dicembre 2010

Il 2011? Tanta roba se non andasse peggio del 2010...

Il Natale 2010 è andato, con i suoi soliti momenti di ansiogena frenesia che si vaporizzano in una nuvola malinconica. Come tutti gli anni, quello natalizio, è un periodo che vivo molto male. Non è questione di essere Grinch, è la fastidiosa ipocrisia che mi urta. Una delle cose più becere dello spirito natalizio è che tutti diventano finti, salutano persone delle quali hanno sparlato tutto l'anno, perché in fondo... è Natale. Io, passando per cattivo, rimango coerente con le mie antipatie. Se mi stai sulla minchia a giugno e agosto, non ho motivo di salutarti o farti gli auguri a dicembre. Per forza di cosa Natale, la convenzione consumistica per eccellenza, è sinonimo di regali. Così siamo tutti alla disperata ricerca di un regalo per tutti e finiamo nell'assurdo paradosso di dover comprare qualcosa a chi non manca nulla. Mentre chi non ha un cazzo continua il suo quieto vivere. Nei vari negozi  sovraffollati, che ho frequentato in questi giorni, sono stato preso a gomitate da distinte signore spaventate che quel maglioncino fosse l'ultimo. Poco importa se su quello scaffale ce n'erano centinaia esposti e le commesse fossero già pronte ad armare le mensole con altri capi uguali. La signora, presa dalla mania convulsiva del "devo prenderlo per mia figlia non osare metterti in mezzo", questo non lo nota. Ogni anno mi ripropongo di sistemare la questione regali a metà novembre, poi per una cosa o per l'altra non riesco mai e mi riduco a questa battaglia degli acquisti. L'anno prossimo, mi piacerebbe mordere alla giugulare la signora appena citata, e farla morire in una pozza di sangue rosso, come il vestito di Babbo Natale.
Il Natale però, in tutto il suo splendore di strenne e luminarie, è la morte silenziosa dei sentimenti. Frotte di genitori regalano tonnellate di giocattoli a bambini con i quali non hanno mai tempo di giocare. Playstations unoduetrequattro, così in casa il nanetto si chiude in stanza a 13 anni e lo ritroveranno tossico asociale a 18 ,in stazione centrale. Dopo tutta la serie di playstations casalinghe, regalano anche quella portatile... sia mai che quando vanno dal dentista càpiti di scambiare due parole con quello sconosciuto che ogni tanto mi chiama papà. Ormai il Natale è morto. Siamo onesti almeno con noi stessi. Non ci manca nulla. Abbiamo la tavola imbandita tutto l'anno, se ci serve qualcosa lo compriamo tutto l'anno. Solo in pochi conservano la magia del ricevere un pensiero, pensiero nel vero senso della parola. Ho assistito a scene indegne di signore che davanti ad un oggetto carino, che rispecchiava in qualche modo il destinatario del dono, non l'hanno comprato perché sicuramente "mi regalerà qualcosa di più costoso e io che figura ci faccio?".
Comunque anche il festival del consumismo inutile e forzato del 2010 è andato. Ora arriva capodanno. E via con un'altra kermesse di spreco a tavola. Con centomila antipasti, diciotto primi, ventidue secondi, frutta tropicale e dolci a quintalate. No, grazie al cielo il capodanno lo festeggerò con persone intelligenti. Una cena di cose buone, con quantità per persone normodotate. Natale (e Capodanno), spesso, finisce per essere una  festività che parla di carità e benevolenza, mentre in realtà è un vero schiaffo alla miseria.

Per concludere, auguro a tutti un 2011 non peggiore del 2010. Sarebbe auspicabile fosse migliore dell'anno che fra poche ore si concluderà. Non vorrei essere troppo pretenzioso, sarebbe già tanta roba se non andasse peggio del 2010...
Vi starete chiedendo il perchè della foto. Perché un nuovo anno porta progetti, propositi e tante altre cose. Potete essere bravi, ingegnosi, fantasiosi, creativi, ambiziosi, funambolici. Insomma, potete avere centomila qualità e talenti ma ricordate: senza una bella razione di culo non si va da nessuna parte.

sabato 18 settembre 2010

Pensiero strano del 18 settembre

Ci sono giorni che mi impongo di pensare a qualcosa di strano. Lo faccio specialmente nei giorni di pioggia, come oggi. E' un pensiero che riguarda la capacità di giudicare il bene e il male, dunque di comportarsi di conseguenza. Però è difficile poterlo fare. Potremmo aiutarci con la psicologia del comportamento, provando a leggere i micromovimenti del corpo che conducono a tensioni, timori e quant'altro. Sarebbe comunque solo un aiuto perché non è una scienza esatta. Il nostro corpo è definito come una macchina perfetta, il mio non lo è di sicuro: sono miope, ho la sinusite cronica e soffro di una tendinite fastidiosissima. Che poi la perfezione esiste solo se legata a ad uno scopo. Un aspirapolvere (ho scoperto oggi che è un sostantivo maschile!) è una macchina (quasi) perfetta per fare le pulizie; l'automobile è una macchina (quasi) perfetta per farti spostare velocemente da un posto all'altro. Il corpo umano è perfetto per cosa? Dovendosi adattare a fare millemila cose, è adatto a tutto ma perfetto per niente. Forse, per paradosso, è perfetto perché capace di adattarsi a tante (troppe) cose. Nemmeno questa affermazione è vera. Ci sono un centinaio di cose che il corpo umano non può fare.

In giornate di pioggia come questa, vado su Ondarock leggo un paio di recensioni a caso e scarico un cd da ascoltare. Oggi mi ha colpito Plans dei Death Cab For Cutie. La copertina è fantastica e anche i titoli sono interessanti, evocativi direi. Su tutti Different names for the same thing e Your heart is an empty room.
Sempre seguendo la logica del pensiero strano, sono arrivato ad una domanda. Cosa modificheresti del tuo corpo? No, non intendo sotto il lato estetico. Ho la fortuna, citando Zoolander, di essere bello bello in modo imbarazzante. Pensavo ad una qualità del corpo. Dopo ore e ore di riflessione, ma che dico ore, minuti e minuti, la risposta è che mi piacerebbe avere la possibilità di guardare le persone con occhi diversi, diversi tra loro. Con l'occhio destro vorrei avere la capacità di vedere solo le cose buone, con l'occhio sinistro solo le cose cattive. Sarebbe una sorta di specializzazione utile, forse no. Ora come ora entrambi gli occhi percepiscono tutto, spesso in modo troppo confusionario. Chiudo un occhio e vedo il bene, con l'altro il male. Sarebbe più facile giudicare, eviteremmo quei processi di autoinganno dovuti all'abitudine. O forse, com'è più probabile, continueremmo ad ingannarci. Alla fine forse è più che sufficiente tenere gli occhi ben aperti.

Ah, se vi capita ascoltate i Death Cab For Cuties...

lunedì 9 agosto 2010

Ci vediamo al ritorno!


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BUONE VACANZE A TUTTI!!!!

mercoledì 28 luglio 2010

Così semplice da sembrare idiozia.

Ho messo le mani in tasca, dando le spalle al mondo, e me ne sono andato. Prima di farlo ho pisciato nelle botti di vino e fatto cose ben peggiori al cibo di coloro che rimanevano. Mi hanno accusato di pazzia, di aver perso interesse in tutto. Non è che non mi interessasse più nulla, anzi, è l'esatto contrario. Mi riusciva sempre più pesante sopportare l'umiliazione delle arti, del pensiero e della libertà. Per questo ho deciso di allontarmi, nessuno potrà accusarmi di complicità. In tutto e per tutto ora sono libero e innocente, almeno nelle intenzioni. Ora, qui dal mio rifugio, posso scrivere poesie per sordi, comporre canzoni per muti e dipingere quadri per ciechi. Non è affatto assurdo tutto questo, non è tempo perso. Il tempo veramente sprecato è scrivere poesie, comporre canzoni e dipingere quadri per persone prive di cuore. Però tornerò, quando tutti si saranno dimenticati di me, tornerò. Devo ancora capire se per annientarli o per aiutarli a capire o, forse, per entrambe le cose.

Qualcuno scrisse "Meglio scrivere per se stessi, e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi". Condivisibile, condivisibilissimo. A volte mi viene da pensare che queste parole siano molto più efficaci dei dieci comandamenti.

sabato 10 luglio 2010

Alla conquista dell'inferno in skateboard!!

Ieri sera ho mangiato un gelato gusto cioccolato e menta, buonissimo. Avrei voluto prendere gusto puffo ma, ignoro il perché, quando mangio gusto puffo poi mi chiudo in casa ad ascoltare tristissimi blues.  Questa mattina mi sono svegliato e ho messo a palla Wig! di Peter Case, suggeritomi dalla teiera volante. Dopo aver fatto i miei soliti 10 minuti di air guitar su House Rent Jump, ho fatto un giro online. Siccome faceva troppo caldo sono rientrato subito a casa. In maniera inopinata mi sono imbattuto (lo sono da cinque partite consecutive) in questo articolo. Sono completamente d'accordo con gli agenti che hanno arrestato il malvivente, anzi, per me sono stati ancora clementi. Io gli avrei anche tolto la playstation per un mese. Inizialmente ho risposto con un commento ma mi è sfuggito di controllo. E' venuta una cosa lunghissima e ho pensato - visto che oggi non sai che cavolo scrivere, usa questo commento per farci un post! - Idea geniale!!!

Caro colonnello Kurtz,
é comprovato che i delinquenti iniziano proprio da piccoli. Io sono cresciuto in un quartiere povero. Ero poverissimo, talmente poverissimo che la povertà aveva ucciso ogni forma di  riscatto e ambizione, tanto che non mi volevano nemmeno le gang  di quartiere. Mi ricordo che era di maggio (cit.) quando conobbi Yuri, Misha e Sergey. Tre immigrati russi che contabbandavano matrioske nascondendole nelle buste della cocaina. Yuri era bello, alto, intelligente e parlava tremendamente bene il russo, nonostante fosse nato a Mosca e ci avesse vissuto solo 34 anni. Misha era alto e cattivo, incuteva diffidenza e, per via del nome, era gay. Sergey aveva una lunga cicatrice sul viso che partiva dalla tempia sinistra, sfiorava l'occhio e arrivava parecchio sotto lo zigomo. Sembrava una luna stilizzata. Sergey era un terribile cazzaro, inetto e fanfarone. Si provocò quella cicatrice con le proprie mani, solo per darsi un tono da gangster.  

Ti starai chiedendo embè? 'n attimo... e che cazzo sei nato al primo dolore? Continua a leggere e capirai perché un scheitbord è pericoloso.
Yuri iniziò aiutando la mamma a stirare, poi le rubò l'asse da stiro. Qualche mese dopo l'amico Misha, illuminato da un'idea, rubò i pattini a sua sorella e li montò sotto l'asse. A dire il vero il lavoro inizialmente fu affidato a Sergey che, in quanto inetto, ne mise un paio per facciata dell'asse. Misha lo gonfiò di botte e rimediò. Si trovarono per le mani il primo mezzo per una rapina. Con quello skateboard tentarono di svaligiare le poste di Belgorod. Il pieno inverno, e le strade ghiacciate, rese inutile l'utilizzo del skateboard. Scapparono di corsa con le pelli di foca ai piedi. Sergey, inetto cronico, fu raggiunto e preso da una ottantenne zoppa. Si salvò solo grazie all'intervento di Yuri. Dopo due anni e tre mesi perfezionarono il colpo e riuscirono a svaligiare la Banca nazionale russa di Piazza Teatral'naja. Pochi mesi dopo, colpirono una zecca finlandese e, nel giro di pochissimo, divennero notissimi negli ambienti malavitosi come la Banda della Maljinanjia. Esportarono il loro traffico anche all'estero, instaurando fortissimi rapporti di lavoro a Roma con il Libanese e i suoi sgherri. In un eccesso di delirio di onnipotenza tentarono anche di ingaggiare Tony Hawk! Nella loro pluridecennale carriera hanno ucciso centinaia, ma che dico centinaia, decine di uomini e nei modi più efferati. Bartok "la lama" l'hanno fatto esplodere con micidiali cocktail di cocacola e mentos; Ismael "il cicciolo" con l'ascolto continuo di Gigi D'Alessio; a Piotr, reo di aver tradito, gli tatuarono sulla schiena il volto di Marco Carta con la scritta "I love him". Inutile dire che Piotr, si suicidò. Potrei continuare ancora ma il mio psichiatra dice che devo riposarmi un po'.

Tutto questo per farti capire a cosa porta un scheitboard non omologato! 

domenica 4 luglio 2010

Susana e il fado: il destino come colonna sonora.


Fu Fernando a dirmi che i portoghesi altro non erano che brasiliani tristi. Susana era di madre brasiliana e padre portoghese, e aveva combattuto una vita intera, senza riuscirci, per vivere la sua allegria senza pagare pegno alla tristezza. Susana aveva lunghi e lisci capelli neri e occhi color petrolio. Susana era bellissima, come una giornata di pioggia all'Ilha de Tavira. La prima volta che ci parlammo fu in un bar, dove ci eravamo riparati da un acquazzone estivo. Non ricordo per quale strano gioco del destino, ci ritrovammo allo stesso tavolo, bagnati zuppi a bere Ginjinha. Un attimo prima sconosciuti e l'attimo dopo amici. Quando il sole ritornò a splendere, passeggiammo per Lisbona fino al tramonto. Susana, nel bel mezzo del nulla, scivolando con le sue labbra sulle mie, disse "quero um beijo". Mi invitò a casa sua. Susana mi amava più di quanto amasse se stessa, ma Susana non si amava affatto. Quella sera non cedetti al suo invito, perché Susana non aveva negli occhi il furore del cacciatore che uccide la preda per mangiarla. Voleva solo uccidermi per il semplice gusto di farlo, per dimostrarsi che poteva buttarsi via senza remore e rimpianti. Io non volevo diventare un trofeo appeso sopra il camino. Volevo essere ucciso e mangiato. Non volevo morire per diventare simbolo di una disperata e inutile vanità.

Susana sapeva fare l'amore in maniera furiosa. Era come trovare l'acqua dopo una vita di siccità; come sopravvivere nudi in una tormenta di neve. Un'esperienza estrema, dolorosa e unica. Io non ho mai fatto l'amore con Susana. Mi piaceva moltissimo, ma non credo di averla mai amata. Spesso andavo a sentirla cantare fado nei locali del Bairro Alto. Sembrava nata per cantare fado. Era l'unico momento della sua esistenza che la metà brasiliana e quella portoghese riuscivano a convivere, senza dilaniarla. L'ultima volta che la vidi, fu in una notte di settembre. Mi dedicò "Estranha Forma De Vida". Poi uscì dal locale, quasi scappando. Era stravolta. Aveva combattuto strenuamente, vincendo qualche battaglia ma, quella sera, la tristezza aveva vinto la guerra contro la vita. Il suo bellissimo viso truccato, sembrava quello di uno dei Kiss, dopo una giornata di pioggia. Non la vidi mai più.

Amalia mi raccontò che, il giorno dopo, la trovarono con gli occhi ancora bagnati di pianto. Sapere che i suoi ultimi compagni di dolore furono una pessima marca di liquore e barbiturici, mi annientò il cuore. Susana avrebbe meritato molto di più. Morì pensando che il meglio che aveva offerto al mondo era  lo stupro da parte di suo padre. Qualche giorno dopo lasciai Lisbona per sempre. Salpando dal porto, gettai tutte le foto che avevo di lei, eccetto quella sorridente fatta alla Torre di Belèm. Stava suonando la sua chitarra portoghese e, per non so quale motivo, quel giorno era felice. Quando ripenso a Susana, io muoio un po'.

sabato 3 luglio 2010

In metropolitana: tra cozze gratinate e vongole slanciate.

Qualche giorno fa ho assistito ad una cosa che oggi mi ha fatto pensare. Milano. Metropolitana. Sto viaggiando verso il centro. Il centro di cosa poi? Dopo qualche fermata salgono quattro ragazzine, si siedono di fronte a me. Ragazzine normali come tante altre. Confesso che io sono uno spione che adora ascoltare i giovani parlare. Ascoltare gli adolescenti di adesso mi fa capire la loro "velocità" rispetto al me stesso, alla mia generazione. Quando avevo quattordici anni, io pensavo a guardare Hazzard, T. J. Hooker, a giocare a calcio con gli amici all'oratorio. Adesso le nuove generazioni, alla stessa età, parlano del ragazzo figo in classe, se già non hanno da raccontare esperienze sessuali.

Una di queste, la più ciarliera del gruppo, era vestita in maniera molto "fescion" ma, anche, molto troppo oltre le sue possibilità. Un microminigonna in jeans, sopra dei leggins, con un top bianco con paiette colorate e un sandalo molto... sandalo. Tutto questo su un fisico di 1.60 m per, credo, più di 80 kg di simpatia, con tutte le conseguenze (rotolini cicciolosi) del caso in bella vista. Si stava vantando con le amiche dei sandali di Manolo(?), del top di Dolce e Gabbana, della gonna di Richmond. Praticamente indossava il doppio dello stipendio medio di un operaio. Le amiche, sullo stesso trend, la elogiavano. Oooh, cometistabeneiltop. Come seifigaconisandalidiManolo (?). Come tislancialaminigonna. 

Ora va bene tutto ma... Ammetto che la ragazzina, per quanto sembrasse un cetaceo in metropolitana, aveva un viso piacevole, con degli occhi molto belli ma, il suo abbigliamento, era completamente fuori luogo per il suo fisico. Le donne sono sicuro che hanno capito quello che ho scritto; per gli uomini ricorro ad un paragone calcistico. Alleni una squadra di brevilinei velocissimi e con una tecnica fenomenale. Devi affrontare dei caproni di 1.90, fortissimi fisicamente ma piuttosto lenti. Di certo non la metti sulla forza, giusto? Chiederai ai tuoi di giocare veloce negli spazi, palla a terra.

La ragazzina in questione, invece, l'ha messa sul fisico e le sue amiche, incosciamente la elogiavano. Era chiaro però che apprezzavano il capo in sé, non certo le doti dell'indossatrice. Il gruppeto chiaccherone e ridanciano, per un po', con al centro il cetaceo griffato, ha rallegrato la carrozza della metro. Poi, a Loreto, è salita una stangona con capelli mori, occhiali da sole scuri,  un fisico da paura che si è piazzata davanti al gruppetto che stava adolescendo. Il silenzio è caduto come una pietra addosso a Willy il coyote. La stangona era vestita come il cetaceo, forse meno griffata ma, senza dubbio, a lei la minigonna, i leggins e il top la slanciavano veramente. Forse perché non c'era niente che non fosse già slanciato di suo. Sulla ragazzina griffata si è materializzata una nuvola di silenzio e, forse, di pudore. Si era resa conto di essere scesa in campo, giocando con la strategia sbagliata. Si è incupita.

Io spero che l'esperienza le sia servita per conoscersi meglio, per capire che non ha bisogno di top firmati o scarpe di Manolo(?), per potere essere una persona. Tra l'altro il cetaceo griffato mi era pure simpatico, aveva la parlantina giusta, di quelle coinvolgenti senza risultare logorroica. Mi auguro che, tornata a casa, abbia ripensato profondamente a se stessa e al suo guardaroba fescion.

Al mondo ci sono le cozze e le vongole. E le cozze, se resistono alla tentazione di fare le vongole, sono in grado di esercitare un fascino irresistibile. Devono solo capire quale stategia o schema di gioco, meglio si adatta alle loro possibilità. In una pasta, cozze e vongole se la giocano in un match aperto a qualsiasi risultato. Le cozze gratinate, invece, hanno pochissime avversarie che possono impensierirle... men che meno le vongole. Ognuno ha la propria dignità, i propri punti di forza e il proprio fascino. Perciò ragazzine care, se siete un po' cozze, non snaturatevi, non fate le vongole. Non lo sarete mai. Guardatevi allo specchio e pensate a questa cosa: se posso essere una meravigliosa cozza gratinata perché devo atteggiarmi a insipida vongola?

Ma poi... chi cazzo è questo Manolo??!!